Ovvero: Pararsi un po' il cul* in questo pazzo pazzo mondo di carte filigranate, iperfinanza globalizzata e picco delle risorse

venerdì 29 gennaio 2016

Blondet racconta gli anni '30 dal tragicamente misconosciuto punto di vista economico

Adolf Hitler insieme a Hjalmar Shacht

Maurizio Blondet racconta gli anni '30, lettura interessantissima, in un pajo di post, con particolare focus sulla Germania. Ecco qui l'inizio del primo. Spero che la lettura faccia anche nascere la curiosita' di cercare altre fonti, altri dati su quel periodo, e che spinga a cercare di mettere assieme i tasselli del puzzle .. per esempio ricordo Rickards e il suo Currency Wars, di cui ho tradotto il pezzetto sull'iperinflazione del 1922-23 che pose fine alla Repubblica di Weimar.. fu allora che arrivo' a dirigere moneta ed economia tedesche Hjalmar Schacht, mentre Adolf Hitler arrivo' al potere, mi pare, solo nel 1933, diani anni dopo e quindi non so quanto le sue politiche possano essere definite "hitleriane". Fra l'altro Rickards parla del nuovo ReichsMark introdotto da Shacht al posto del disastrato RendenMark come di una valuta con restrostanti reali, prima mutui e immobili e poi direttamente oro. Quindi sarebbe da controllare se e come e' vero che nella Germania nazista la moneta veniva creata a piacere ma senza dipendenze dal resto del mondo, dalle altre valute e dal sistema bancario come mi pare che dica Blondet qui. So che a Zibordi Shackt piace molto, lo considera un genio se ricordo bene, e visto che anche lui (Zib) suggerisce di creare moneta ... 


Blondet & Friends - Come Hitler Salvo' l'economia (qualche idea per oggi) - Parte 1 
L’alluvione di capitali dagli Usa in Germania si era, nel 1933, già prosciugata. La crisi del ’29 a Wall Street, il brutale arretramento dell’economia americana, il tracollo della produzione industriale il gelo del commercio internazionale, segnarono la fine della “prima globalizzazione” finanziaria. Non solo gli Usa a la Gran Bretagna, la potenza missionaria del vangelo liberista, adotta il protezionismo, e impone forti dazi sulle importazioni; nello stesso tempo, rinuncia al ruolo di fornitore internazionale di capitali. Passati i tempi in cui le imprese (e stati) esteri erano incoraggiati a chiedere prestiti sul mercato finanziario di Londra; dal ’31, in forma non ufficiale, si mette in vigore un embargo sulle emissioni titoli esteri in Inghilterra: il ‘mercato finanziario globale’ prima esaltato viene ridefinito ‘fuga di capitali”, osteggiato e punito.

L’Inghilterra si ritira dal mondo. Si ritira, intendiamoci, nel vasto e confortevole mercato asservito del suo impero coloniale: e fra le sue colonie vi sono i maggiori produttori mondiali di oro, il cui potere d’acquisto si rinforza col calo dei prezzi globali. Grande importatore di materie prime (è ancora una potenza industriale) il Regno Unito beneficia del crollo mondiale dei prezzi di queste. Dunque è doppiamente favorito: compra a poco con oro rivalutato.

La deflazione fa sì che in Gran Bretagna il costo della via ribassi, fra il 1924 e il ’36, di 16 punti, mentre i salari calano solo di 2 punti: sembra una situazione felice rispetto al resto del mondo, tanto più che il governo di Londra inaugura una politica di credito facile (bisogna pur usare i capitali abbondanti rientrati, che non possono più andare all’estero), che stimola (o simula) una sorta di ripresa, basata sui “consumi interni”. E tuttavia la disoccupazione resta ostinata al disopra del 10% fino al 1939, quando la guerra innescherà il suo truce modello di pieno impiego. (manda a crepare al fronte la forza lavoro in eccesso .. potrebbe essere un'eccellente idea anche per oggi ;D .. mi pare che questo succeda da sempre, non solo nelle societa' umane ma ovunque in natura una specie si moltiplichi troppo rispetto alle risorse: in un modo o nell'altro di deve tornare all'equilibrio  .. o ad un equilibrio. Er)

Nella ricca America, il New Deal di Roosevelt non otterrà effetti migliori, a parte di grande successo propagandistico. Un totale e severo dirigismo, grandi opere pubbliche pagate in deficit dallo Stato, aumento dei salari minimi, confisca dell’oro in mani private – non riescono ad aver ragione della crisi. Nel 1936, il potere d’acquisto degli agricoltori americani è quasi il 30% in meno di quello del 1929; la disoccupazione generale, che era del 3% prima del 1929, resta attestata al 19% fino al 1938. Anzi, dall’ottobre del 1937 l’economia Usa ricade in una severissima recessione, ed altri 4,5 milioni di lavoratori finiscono sul marciapiede. “L’economia americana non riesce a riprendersi con le sue sole forze, essa resta dipendente dalla iniezioni costanti di potere d’acquisto alimentato dai deficit di bilancio”, riconosce lo storico francese Jacques Nèré (La Crise de 1929, Parigi 1973, p.163).

In Francia il Fronte Popolare decreta un aumento generale dei salari del 10-15%, accorcia la settimana lavorativa da 48 a 40 ore (“lavorare meno per lavorare tutti” sembrò una buona idea, a sinistra) insomma applica le demagogie socialiste, senza riportare un alito di vita alla profonda stagnazione economica. 
L’URSS applica fino in fondo, con la nota ferocia ideologica, l’economia di piano, con i noti risultati disastrosi che sappiamo: carestia e GuLag.

Tutti gli esperimenti dirigisti in qualche modo falliscono. Salvo uno.

Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale paragonabile a quella americana, con disoccupazione alle stelle. Ma a differenza degli Usa, per di più è gravata da debiti esteri schiaccianti: non solo il debito pltiico (pubblico? Ma non erano gia' stati in buona parte condonate, queste "riparazioni" per aver perso la prima guerra mondiale, gia' dagli anni '20? ... Er) – il peso delle “riparazioni” ; anche il debito commerciale pauroso. Le sue riserve monetarie sono ridotte a zero o quasi. S’è prosciugato il flusso di capitali esteri ritenuto necessario per la sua rinascita economica. La Germania insomma non ha denaro, ha pesro i suoi mercati d’esportazione, è forzatamente isolata (dalla recessione globale) dai mercati internazionali. Costretta ad una economia a circuito chiuso, nei suoi limitati confini.

Ma proprio da lì comincia a rinascere. Come? Secondo Rauschning, i nazisti “s’erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà, purché si mantengano costanti i prezzi. Hitler era brutalmente esplicito: “Dopo l’eliminazione degli speculatori e degli ebrei, si dispone di una sorta di moto perpetuo economico, il cui meccanismo on si arresta mai. Il solo motore necessario è la fiducia. Basta creare questa fiducia, o con la suggestione o con la forza o entrambe”.

Sono idee assurde secondo la teoria economica: creare inflazione stampando moneta senza far salire i prezzi? E senza ricorrere al razionamento, alle tessere del pane come stava facendo Stalin in quegli anni. Eppure, funzionarono.

A causa del suo grande indebitamento estero, la Germania non può svalutare la sua moneta: le sue merci sarebbero più competitive, ma il peso del debito crescerebbe. Fra le prime misure del Terzo Reich c’è dunque il riequilibro del commercio, perché il deficit non può più essere finanziato come in tempi normali. Di fatto, la libertà di scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori della Germania vengono pagati in marchi (moneta di Stato, non bancaria), che però dovevano essere spesi in Germania. Per comprare merci tedesche: di cui l’industria germanica poteva fornire, per così dire, un quasi infinito catalogo: motori e vernici, giocattoli e prodotti chimici, medicinali, strumenti musicali e apparecchi radio, casalinghi… Ben presto questo sistema sviluppò quasi spontaneamente accordi internazionali di scambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui mancava, perché propriamente non vendeva né comprava più. Per il grano argentino, dava in cambio i suoi pregiati prodotti industriali; Rockefeller, per vendere i greggio della sua Standard Oil, si dovette contentare di un pagamento in armoniche a bocca ed orologi a cucù. Tanto che dopo la fine della guerra dovette giustificarsi di avere “finanziato Hitler” davanti al Senato. Ma le condizioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefeller di fare i difficili: prendere o lasciare.

Per le poche importazioni con esborso di valuta, il Reich impose agli importatori tedeschi un’autorizzazione della Banca centrale all’acquisto di divise. Il tutto fu presto facilitato da accordi con gli esportatori, che disponevano di quelle valute e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambi avvenivano dunque, “dopo l’eliminazione degli speculatori e degli ebrei”, senza dover pagare il tributo ai banchieri internazionali – moderni cambiavalute. (...) 

la parte 1 continua QUI

la parte 2 la trovi QUI
  

Nessun commento:

Posta un commento